Incredibile come qualcosa che per me è terribilmente ovvio per lui sia totalmente incomprensibile.
Se io in cinque mesi - cazzo, cinque mesi - ti chiedo decine di volte di venire a Siena, di venire su un week end - ti prego vieni, ti prego non lasciarmi sola lassù, ti prego, ti prego, una volta sola, una volta sola - e tu una volta devi andare a Roma, una volta non te ne va, no hai troppo da lavorare, no hai la febbre - come diavolo puoi pretendere che io te lo richieda?
Vieni da me, ti prego.
E se anche questa volta non vieni?
Come potrò crederti la prossima volta che mi dirai che farai qualcosa?
Quando già adesso che le delusioni non sono state tante mi risulta difficile?
Quant'è difficile chiedere un Venerdì mattina libero e venire da me?
Quando per Roma l'hai fatto.
Ok.
Ci sarebbe semplicemente da allungare la manina oltre la sponda del letto e toccare le fotocopie di Letteratura Greca.
Toccarle, eh.
Far loro una carezzina.
Che mica mordono.
No?
No, sono fotocopie.
Le fotocopie non mordono.
E il fatto che siano tipo mille e ottocento fogli di fotocopie non cambia le cose.
Le - fotocopie - non - mordono.
Awww, non ci riesco.
Sono troppe.
Ripassare qualcosa non farebbe altro che rendermi maggiormente consapevole del nulla che c'è dentro la mia testa.
Nulla.
Vuoto.
Spazio siderale.
Cesugli che rotolano spinti dal vento.
...
Sì, va bene, va bene.
Ci proverò.
Dopocena.
Prometto.
Qual è l'Andata e qual è il Ritorno?
Dov'è che vivo?
Dove c'è gente ad aspettarmi?
«Vattinni chista è terra maligna!
Fino a quando ci sei ti senti al centro del mondo, ti sembra che non cambia mai niente. Poi parti. Un anno due, e quanno torni è cambiato tutto: si rompe il filo. Non trovi chi volevi trovare. Le tue cose non ci sono più. Bisogna andare via per molto tempo, per moltissimi anni, per trovare, al ritorno, la tua gente, la terra unni si nato. Ma ora no, non è possibile. Ora tu sei più cieco di me.»
Alfredo - Nuovo cinema Paradiso
Tanto finisco sempre lì.
Una D, una O, una G sulla ricerca musica dell'iPod.
Cinque mesi fa non sapevo manco chi erano.
(Ebbasta contare sulle dita da quant'è che sono cambiata.)
Attualmente gli unici che sparati in cuffia mi permettono di alzare la testa mentre cammino per le strade bagnate di questa città.
Scaldano.
Non so perché, scaldano.
Rassicurano.
Nel viaggio di ritorno da casa di Simona, alle dieci e mezza di sera.
In giro solo pochi turisti.
Coppia fottutamente ricca, lei con un vestito nero fantastico, che vengono salutati dai portieri mentre entrano al Grand Hotel Continental.
Di deliquenti manco l'ombra.
Stupratori manco a pagarli oro.
Non che stessi cercando stupratori, eh.
Piove.
Piove bastardo.
Piove dentro le ossa, piove dentro.
Camminavo e mi scrivevo dentro la testa, l'ho sempre fatto, un tempo ce la facevo pure a riscrivere la roba poi sulla carta ma adesso - da cinque mesi a questa parte? - non so, mi blocco, ma dentro la testa continuo a farlo, descrivere ogni passo, ogni cosa che vedo, mi scrivo tutto dentro la testa.
Il ragazzo con la camicia nera e la voglia di caffè sul collo.
La pazza che chiede le sigarette in via Pantaneto.
Un violinista all'angolo della Feltrinelli.
Me li scrivo tutti.
Li possiedo.
Violento.
Tutti.
Io.
Nella mia testa ma lo faccio.
Ancora.
Wow, è già Giovedì.
Anzi, no, scusate.
Porca la puttana, porca la puttana porca la puttana è ancora questo dannato, fottutissimo, odioso stronzissimo Giovedì!
Ma cazzo, passa, paaaaassa, circolare, circolare!
Sei un fottuto collage di 24 ore, ma quanto cazzo ci metti, eh?
Ma vattene!
Vattene via!
E magari portati via 'sta dannata città, con le sue dannate mura che ormai me le sento stringermisi addosso durante il laboratorio di linguistica dove una quarantenne con la faccia da ventenne ed un nome ridicolo tenta di spiegarmi dove mettere le virgole.
A me.
Dove. Mettere. Le. Virgole.
E lo stare qui a volte è così odioso che risulta quasi piacevole tornare giù, che quasi credo di voler tornare giù, quando lo stare giù si riduce a nient'altro che stanchezza, stanchezza, che stanchezza, quanta stanchezza.
S: "Zura, di solito sono io quella depressa, non puoi fare tu quella depressa, e i tuoi problemi so' troppo complicati, non li capisco."
M: "Simo', è semplicissimo..."
S: "Sì?"
M: "Ok, Simo, facciamo conto che a te piacciano i dobermann. Tu adori i dobermann. E vuoi un dobermann."
S: "A me non piacciono i dobermann."
M: "Pura ipotesi, pura ipotesi, seguimi in questa fottuta metafora!"
S: "Ok, voglio il dobermann."
M: "Esatto, vuoi il dobermann. Vuoi il dobermann, ma, un bel giorno..."
S: "...un bel giorno?"
M: "Un bel giorno facciamo che incontri un bastardino. Non un cagnaccio rognoso, eh, un bastardino di quelli simpatici e allegri e magari con personalità. Non lo so, magari quando stai fuori, seduto al tavolino del bar, quello ti scodinzola e tu non puoi fare a meno di buttargli un pezzo di qualcosa da mangiare, non è che lo fai pensandoci... così, ti viene da farlo. E quello ti scodinzola ancora di più, magari si gira sulla schiena come chiedendo qualche coccola, tu gliela fai. Finisci l'aperitivo, o la Coca Cola, o il gelato, insomma, quello che è, e chiedi al cameriere il conto. Paghi, ti alzi, te ne vai. Fai appena duecento metri prima di accorgerti di avere dietro il peloso compagno d'aperitivo. Che ti guarda adorante, e magari convinto che adesso siete amiconi. Più che amiconi. Presente la situazione?"
S: "Sì."
M: "Ecco, che fai a quel punto? Lo scacci con la maggiore grazia possibile - sapendo che nonostante tutte le tue premure spezzerai il suo piccolo cuore da bastardino - oppure te lo tieni? Tu vorresti un cane, stai solo a casa, non hai problemi, ed il bastardino è simpatico, anche se non è esattamente il tipo di cane che tu immaginavi di avere come compagno..."
S: "Perché io immaginavo il dobermann."
M: "Esatto! Esatto! Questo è il punto! Tu volevi il dobermann. Ma ti sei trovata il bastardino. E ti sei presa quello che il destino t'ha dato. Preferivi il dobermann, ma t'accontenti."
S: "Beh, ma il bastardino è uno simpatico, uno ci si affeziona, al bastardino."
M: "Sì, ma il cane dei tuoi sogni resta il dobermann."
S: "..."
M: "..."
S: "Zura, ma tu vuoi il dobermann?"
M: "No Simo'. Io sono il bastardino."
Da gelarti orecchie naso dita e qualsiasi altro attributo faccia l'errore di farsi notare.
Teoricamente tra un'ora e mezza dovrei trovarmi alla Lupa co' Simona, ma fa troppo freddo.
Non voglio uscire.
Anche se il mio reparto di frigorifero è completamente vuoto e probabilmente morirò di fame entro tre giorni.
Fa troppo freddo.
E c'ho troppi pensieri in testa.
Awww, ci si dovevano mettere 'ste due, la Hate (da leggere con la C aspirata tanto usata in questa fottuta regione) e la Vale, ad incasinarmi l'esistenza - la Hate si fa pure i cazzi suoi, è la Vale che mi vuole morta.
Uff.
E adesso mi devo cercare casa.
Magari a comprare.
Ma costano un botto.
E non me la sento tanto di far spendere ai miei così tanto... - no, non è vero, non me ne frega un cazzo, me la sento proprio.
I bilocali costano un botto ma affitandoli ad un altro paio di studentesse qualcosina recupero e diciamo in trent'anni rientro della spesa iniziale.
I monolocali costano di meno ma ci dovrei stare da sola e non ci sarebbe maniera di recuperare niente.
Ma io sto a fa' Lettere, mica Economia.
Se volevo andare a lavorare per TecnoCasa non stavo qui, no?
Mammamiaquantofafreddoporcalaputtana.
Non è che prima di Siena fossi diversa, eh.
Fatta di estremi.
Sempre e comunque.
Lo dissi pure a lui ma senza dirgli che sarei cambiata, perché non volevo farlo e, anche volendolo, non ci sarei riuscita.
No, una volta lo dissi - cambiereiperte - ma tanto non lo credevo perché se gli era piaciuta lei, che era in poche parole - anzi, letteralmente in parole me - potevo piacergli io.
Ma forse sarebbe stato lui a dover cambiare qualcosa, e non ne sarebbe stato capace, e tutto quello che mi viene da pensare ora come ora è dov'ero il 16 ottobre dell'anno scorso, e quanto mancava alla crisi - poco, poco.
Mettiamo, oggi - DANG! - stangata di depressione a duecento metri dalla Feltrinelli di Banchi di Sopra.
Da dietro, vigliacca, violenta.
Di Martedì capita spesso.
Già cala l'adrenalina del ritorno a Siena e ancora non riesco a vedere le quattro e quaranta del Venerdì, meraviglioso, amato giorno in cui prendo il pullman per tornarmene felicemente a casa.
Grazie a Dio quelle due se ne sono andate.
Averle dentro casa sarebbe stato un ulteriore colpo al mio morale.
Casino, quanto casino fanno.
Musica dal pc musica dalla radio voci dalla tv e loro sopra a canticchiarci parlarci urlarci.
Ero così insofferente prima?
Ma quanto casino fanno.
Mancano dodici ore alle 8 di domani.
Che faccio?
Non capisco.
Non provo alcun senso di onnipotenza camminando per le strade di questa fottuta città e sapendo che nessuno tra quelli che m'incrociano conosce il mio nome.
Non capisco.
Non sono felice.
Non sono contenta.
Non sono soddisfatta.
Mi sto sacrificando e non ne vedo il motivo.
Non capisco.
Mi sveglio la mattina, faccio colazione da sola.
Vado a lezione, me ne sto lì come davanti ad un televisore, le professoresse parlano parlano parlano e tutto quello che possiamo fare noi settanta immigrati è seguire i comandi di regia.
Annuire.
Sorridere.
Ridere.
Prendere appunti.
Arbeit Macht Frei.
Torno a casa, faccio pranzo da sola.
Passo il tempo libero a tentare di contattare casa, ma le poche parole scambiate su messenger o al telefono non fanno altro che frustrarmi ulteriormente ed ulteriormente farmi sentire questa dannata distanza.
Altre lezioni, altra tv.
Non sanno neanche il mio nome.
Torno a casa, faccio cena da sola.
Ancora a mendicare contatti/chiamate/parole con tutti i mezzi a mia disposizione.
Sempre più frustrata.
A commentare un'immagine, su DeviantArt: "Si tratta della libertà, mi sono promesso di non cercarla mai più lontano da quello che realmente amo, perchè diventa soltanto una illusione."
No che non ho intenzione di vivere qua in una sorta di prigionia come sembra fare la coinquilina, neanche una foto alle pareti, nulla che faccia capire che è passata di qua, tutta tesa a quel finesettimana a 30 km da Siena - 30 km! E non capisce la fortuna che ha - perché "all'inizio era eccitante ma adesso l'inverno qui mi mette tristezza."
Non so se sono stata io a scegliermi questo, o se sono state le pressioni generalizzate di professori genitori parenti amici, e soprattutto quella del mio orgoglio, ad impedirmi di fare la scelta migliore per me e per lui e per noi, ovvero restare lì evitando di dover passare altre mille notti come questa, a fissare il soffitto pensando e pensando e pensando.
La voglio vivere al meglio.
Voglio godermela.
Se è possibile.
Sto per fare quello che mi piace - che mi piaceva? - fare, dovrei non dico essere contenta, ma non così... demotivata.
Quelli che non l'hanno fatta, l'Università, alla fine cos'hanno perso?