Tanto finisco sempre lì.
Una D, una O, una G sulla ricerca musica dell'iPod.
Cinque mesi fa non sapevo manco chi erano.
(Ebbasta contare sulle dita da quant'è che sono cambiata.)
Attualmente gli unici che sparati in cuffia mi permettono di alzare la testa mentre cammino per le strade bagnate di questa città.
Scaldano.
Non so perché, scaldano.
Rassicurano.
Nel viaggio di ritorno da casa di Simona, alle dieci e mezza di sera.
In giro solo pochi turisti.
Coppia fottutamente ricca, lei con un vestito nero fantastico, che vengono salutati dai portieri mentre entrano al Grand Hotel Continental.
Di deliquenti manco l'ombra.
Stupratori manco a pagarli oro.
Non che stessi cercando stupratori, eh.
Piove.
Piove bastardo.
Piove dentro le ossa, piove dentro.
Camminavo e mi scrivevo dentro la testa, l'ho sempre fatto, un tempo ce la facevo pure a riscrivere la roba poi sulla carta ma adesso - da cinque mesi a questa parte? - non so, mi blocco, ma dentro la testa continuo a farlo, descrivere ogni passo, ogni cosa che vedo, mi scrivo tutto dentro la testa.
Il ragazzo con la camicia nera e la voglia di caffè sul collo.
La pazza che chiede le sigarette in via Pantaneto.
Un violinista all'angolo della Feltrinelli.
Me li scrivo tutti.
Li possiedo.
Violento.
Tutti.
Io.
Nella mia testa ma lo faccio.
Ancora.
